Un geografo e le Alpi
[testo della conferenza data a Giornico il 12 maggio 2018 nel quadro dell'attività di GEA Ticino]

1. Il senso del titolo
Avrei potuto essere un
appassionato di deserti e la domanda sarebbe stata la stessa, ma evidentemente
rivolta al deserto; la stessa cosa se fosse stato il mare o la foresta, la
steppa o la città. Un geografo – un geografo di professione voglio dire – è sempre
a confronto con il suo spazio o territorio di predilezione. Questi lo stimola,
lo interroga e spesso lo sfida in quel gioco perpetuo che porta l’appassionato,
come lo sportivo, a cercare i propri limiti: di comprensione per chi lo studia
o di riuscita per lo sportivo. Per me sono state le Alpi. Confronto cominciato
con le attività giovanili, ma iniziato professionalmente con la tesi di
dottorato nei “preistorici” anni di fine Settanta inizio Ottanta, a Giornico,
in Bassa Leventina.
Un geografo, dicevo, si confronta
con un territorio e la prima cosa che gli insegnano i suoi “maestri” – e che
trova poi conferma nella realtà (soprattutto per un geografo delle scienze
umane) – è che lo spazio porta le impronte delle società e degli individui che
lo abitano. Impronte che spesso vanno perdute e sono sostituite da altre,
mentre a volte perdurano nel tempo ben al di là di chi le ha forgiate. La prima
cosa che un geografo impara è semplicemente questa: lo spazio è una costruzione sociale. È, cioè, il riflesso dei
rapporti che uomini e donne hanno tra di loro e con il loro ambiente: rapporti
localizzati che rivelano le diversità di cultura, di luoghi e di storia di cui
è ricco il nostro globo. Queste diversità si esprimono tanto attraverso le specificità
legate ai luoghi e alle loro società quanto alle similitudini con altre società
e luoghi, in un interminabile e mutevole intreccio perché non esistono spazi
chiusi o isolati: neppure le isole lo sono (perlomeno finché gli uomini non
decidono di farlo: ma non dura mai!).
La domanda-titolo della
conferenza prende qui il senso di una confessione (termine preso a prestito dal
titolo di un libro di Bernard Crettaz[1]) sulla
mia esperienza professionale durata una quarantina d’anni passati a curiosare
qua e là alcuni aspetti di questo mondo particolare che sono le Alpi.
2. Civiltà meticcia
Paradossalmente, per quanto
studiate, osservate, disegnate o fotografate – raccontate, come direbbe Enrico
Camanni [2]– le Alpi
restano pur sempre un mondo ancora inesplorato. C’è sempre qualcosa da dire e
da vedere perché le società umane non finiscono mai di porsi domande sulla loro
esistenza e sui luoghi che abitano. Le Alpi sono montagne situate in mezzo a
quella parte del continente europeo ricco di scambi culturali, economici e
politici. Sono (per usare un’espressione cara a Claude Raffestin) un commutatore tra il Nord e il Sud e molte
sono le vecchie leggende che evocano antiche maledizioni per non aver dato
aiuto ad un pellegrino arrivato dall’altro versante e sceso da un colle: le
montagne sono nate dai frequentatori di passi, come raccontava Bernard Crettaz
in una sua conferenza data a Martigny. Le Alpi, quindi, non sono un ostacolo e
non lo sono mai state, salvo quando l’ostilità degli uomini le bloccavano: sono
passaggi! Ma le Alpi sono anche abitate! E questo, proprio perché sono
passaggi! Chi passa incontra chi abita e inversamente: l’altrove si confronta
con il luogo e inversamente. Nasce e si sviluppa così una civiltà meticcia:
venuto da fuori e dopo i primi incontri con questa montagna 300 e più mille
anni fa, l’uomo alpino ha continuato e continua a nutrirsi di ciò che viene
dall’esterno. È un uomo storico, creatosi attraverso processi costanti di
adattamento e di ibridazioni culturali, genetiche, ambientali, religiose e
politiche. Processi in atto ancora oggi, soprattutto nel contesto migratorio
attuale di cui è ricca la realtà quotidiana. Questa dimensione di apertura è forse una delle prime cose che il mondo
delle Alpi insegna, e questo anche se, come ogni realtà, anche quella
alpina è contradditoria: le società montane possono anche dar prova di
chiusura, addirittura di arretratezza, ma dietro a ciò si cela sempre
l’apertura, cioè l’attenzione all’altrove e la ricerca ponderata
dell’adattamento. È sicuramente un segno d’identità, cioè dell’autocoscienza di
esistere che i gruppi sociali hanno, soprattutto quando l’attaccamento al
proprio territorio è particolarmente sensibile. Questo legame con i luoghi associato
all’apertura è il motore della dinamica territoriale.
3. Natura E cultura
Osserviamo un
paesaggio!
Qui sotto, un pezzetto
della Val Malvaglia, l’Alpe di Cióu: cascine
diroccate, cascine restaurate, muretti, ammassi di sassi (alcuni caduti
dall’alto, altri ammassati per liberare i prati), alberi, recinti, rocce, ecc.
Si tratta di oggetti che possono
essere raggruppati in due categorie: elementi cosiddetti naturali da un lato e
artefatti umani dall’altro. Se i primi rimandano alla storia naturale della
Terra (dalla geologia alle glaciazioni passando dall’orogenesi e dalla
colonizzazione vegetale) e i secondi a scelte ed interventi umani, osservandoli
nel loro insieme svelano un rapporto storico all’ambiente: per piccolo che sia,
il frammento di spazio terrestre della fotografia è l’espressione di una vita e
di un’organizzazione abitativa. Questa immagine indica come il lavoro abbia
trasformato una situazione territoriale data in una situazione territoriale
nuova. La realtà spaziale è quindi una medaglia a doppia faccia, ambigua per
natura, perché l’insieme degli elementi presenti su una data
superficie terrestre testimoniano sempre di un intreccio quasi infinito di
culture, di tempi, di forme di vita, di aspettative e di ricordi, in altre
parole di identità, di memorie e di progetti. Per questo i territori resistono
e cambiano nel contempo.
Il rapporto tra gli esseri umani e il loro spazio
si sviluppa all’interno di un sistema di relazioni creato dall’intersezione di
tre logiche, che Claude Raffestin identifica col termine di
Bio-Eco-Antropo-logiche. Le logiche dell’ambiente danno forma ad equilibri tra
le diverse specie animali o vegetali e i loro sostrati organici o inorganici
condizionandone il metabolismo. Le specie animali e vegetali, nei loro
equilibri o squilibri, creano o riproducono gli equilibri ambientali. Gli
esseri umani non sfuggono a queste interazioni ma, possiamo aggiungere, le
logiche derivanti dal loro vivere in società (scelte colturali, scelte culturali,
metodi e strumenti di lavoro per la produzione, lo scambio e il consumo,
rappresentazioni individuali e collettive, ecc.) interferiscono a loro volta su
questi insiemi di relazioni. La faccia visibile delle cose, quelle che possiamo
osservare con i nostri occhi o con quelli degli strumenti a nostra
disposizione, ha le sue radici nell’interazione tra queste tre logiche, come
nello schema riportato nella figura seguente, dove il paesaggio appare come la
struttura visibile delle azioni umane e le tre logiche in interazione come la
struttura profonda delle cose.
La trasformazione da una
situazione territoriale data in una nuova – attraverso il lavoro – è quella che
chiamiamo processo di territorializzazione.
Angelo Turco[3],
sviluppando il concetto di territorializzazione, ne parla come di un processo
composto da tre momenti chiave[4]: la denominazione, la reificazione e la
strutturazione.
La reificazione – o, se si
preferisce, la costruzione materiale delle cose – viene considerata dall’autore
come un processo attraverso il quale lo “spazio incorpora valore
antropologico”. Ma l’autore insiste sul fatto che non si tratta di un’aggiunta
degli aspetti antropologici a quelli fisici dello spazio, bensì di un
assorbimento di quest’ultimi e della rimessa nel circuito di forme o di
funzioni nuove sotto forma ibrida. Per esempio, la costruzione di un canale
d’adduzione per l’acqua di un’alpe sfrutta nel contempo la capacità umana a
costruire il materiale di captazione e di trasporto dell’acqua e le leggi
naturali della gravità e dei fluidi. O ancora, uno degli schemi di costruzione
delle stalle, per esempio quello che consiste nell’istallare il bestiame sotto
il fienile e questi sotto un tetto di piode aperto alle correnti d’aria, è un
sottile miscuglio di capacità umane nel costruire uno stabile dove il calore
delle bestie (che tende a salire) viene trattenuto dall’isolazione che
rappresenta il fieno, quest’ultimo depositato in una camera arieggiata in
permanenza per mantenerlo secco ed evitarne la fermentazione e il pericolo che
si infiammi. Ogni costruzione umana è – conoscenza scientifica o meno – una
confusione di natura e cultura e non un’addizione dell’una sull’altra.
La strutturazione è
l’insieme delle relazioni che gli esseri umani intrecciano tra di loro e con il
loro ambiente: è l’uso che si fa di quel che risulta dalla reificazione e dalla
denominazione. Una formazione geografica, dice l’autore, occupa uno spazio
(quello sul quale proietta le proprie aspettative), ma l’eterogeneità insita in
qualsiasi gruppo crea aspettative e pratiche diverse (e quindi confronti) nelle
relazioni allo spazio occupato: lo spazio, nella sua trasformazione in
territorio è, quindi, sottoposto ad una tensione permanente dovuta al confronto
delle iniziative di attori diversi. Le recenti votazioni sulle residenze
secondarie (Legge Weber) o sui parchi regionali (Parco Adula), o ancora sulla
protezione di animali (lupo, urogallo) sono testimoni di questa diversità di
aspettative rispetto ad un medesimo spazio (alpino in questi casi).
La denominazione è
sicuramente uno dei primi atti che l’essere umano compie, per necessità, quando
si confronta con una realtà. Essa serve a identificare oggetti e persone con le
quali interferire e a comunicarne la natura agli altri componenti della
società: senza di ciò sarebbe impossibile trasformare lo spazio in territorio.
È sufficiente consultare una carta geografica, o meglio ancora, una carta
topografica, per rendersi conto di quanti nomi vi siano iscritti. Questi nomi
permettono l’orientamento, indicano una modalità d’uso del territorio, ne
segnalano le caratteristiche, ecc. Sono “nomi” che possono sussistere al di là
degli usi contemporanei di questo o di quello spazio, diventando così testimoni
di una storia, ma sono anche “nomi” che possono estinguersi, dimenticati o
sostituiti da “nomi” contemporanei, in sintonia con l’uso attuale di quel pezzo
di spazio. La loro funzione è però sempre quella di limitare la distanza tra
rappresentazione e realtà alfine di guidare un’azione territoriale.
Il processo di
territorializzazione sbocca su quella che Claude Raffestin chiama territorialità,
che, in fondo, altro non è che il rapporto tra la faccia visibile delle cose e
la struttura profonda che le sostiene. Nelle Alpi, due sono le caratteristiche
principali con le quali le collettività si sono confrontate e continuano sempre
a confrontarsi: la verticalità e la
frammentazione dello spazio. Per cercare di svelare questo rapporto chi
studia un territorio deve collegare diversi tipi d’informazione, come per
esempio immagini (fotografie,
dipinti, video, paesaggi, ecc.), oggetti
(utensili, costruzioni, nomi e denominazioni, pietre, vegetali, animali,
materiali vari, ecc.) e testi
(racconti: scritti, orali, leggende, cronache, ecc.).
4. La verticalità
“A quei tempi la montagna era un
paradiso perché le vacche davano tanto di quel latte che gli umani non avevano
bisogno di lavorare. A quei tempi, in queste alture paradisiache, c’erano pure
i vigneti. Questi tempi felici sono durati finché un giorno è arrivata la
catastrofe. Proveniente dall’altra parte del passo (la montagna è nata dai
frequentatori di passi), il mendicante domanda la carità a questa gente che
vive nell’abbondanza. Gli viene rifiutata perché … “la ricchezza indurisce i
cuori”. E qui, avviene la maledizione: la montagna è avvolta dal freddo, dai
torrenti pericolosi, dalle valanghe, dagli spiriti maligni, ecc. Ed è così che,
da allora, bisogna scendere a valle dissociando la civiltà della mucca che si trova
in alto da quella della vite che si trova in basso.… »[5]
Il mendicante veniva dall’altra
parte della montagna e non dal piano, la maledizione è quella biblica del
Paradiso terrestre che condanna gli esseri umani al lavoro e questo è il
mediatore di quel processo di adattamento che – qui in montagna – fa della
verticalità una risorsa e non un ostacolo, dando forma a quella che potremmo
definire l’intelligenza della montagna,
cioè l’organizzazione dell’habitat in fasce altitudinali con le loro specifiche
funzioni, come illustrato dalle due immagini seguenti.
La leggenda è interessante nella
misura in cui mostra come la verticalità, pure attraverso la maledizione, non
sia un ostacolo, bensì una risorsa. Paesaggio e fonti diverse svelano le tracce
di questa capacità a sfruttare le caratteristiche ambientali indotte dalla
verticalità, mostrando una volta ancora l’intreccio tra natura e cultura al
quale obbligano le Alpi.
Tuttavia, la leggenda può anche avere un altro
significato: quello dell’importanza che ha l’apertura sul mondo esterno alle
collettività presenti. Come detto, l’aver scacciato il mendicante venuto
d’altrove ha provocato la maledizione: la chiusura nei confronti dell’altro può
portare alla catastrofe. Questa dimensione, cioè l’attenzione portata
simultaneamente sugli spazi (fisico, sociale, politico, economico…) esterni e
su quelli interni trasparivano bene dalle posizioni di un attore locale come la
Regione Trevalli quando nel suo Programma di sviluppo[6] del 1995
insisteva sulla necessità di essere all’ascolto di quanto proviene dall’esterno
per poi filtrarlo e svilupparlo tenendo conto delle proprie potenzialità
regionali. In questo ed altri casi ci troviamo di fronte all’idea di uno spazio
che si definisce – e si costruisce – nella sua relazione con l’esterno. Lo
spazio alpino è spazio di passaggio e la sua caratteristica territoriale è
quella di una struttura aperta. Il paesaggio testimonia di come la cultura
alpina sia una cultura dell’adattamento, dove l’altrove introduce le sue
caratteristiche contemporanee senza tuttavia mai far perdere completamente
quelle locali.
L’apertura
del mondo alpino non è data solamente dal transito e dall’adozione di merci, di
persone e di idee, ma anche dal rapporto diretto che gli Alpini avranno,
soprattutto dal XV secolo in poi, con il mondo delle pianure, dapprima europee
e successivamente oltremare. Prendendo una metafora, qui è il cerchio (il luogo
d’abitazione) che genera la linea (il viaggio degli emigranti), una linea che
non può che essere, essa stessa, circolare, tanto il cerchio resta il luogo
dell’esistenza e dell’identità. L’emigrazione ne è sicuramente l’esempio più
significativo, illustrato sia da studi storici[7] che da
romanzi o film basati su interpretazioni storiche[8], come
pure più semplicemente dal paesaggio. In questi esempi, la linea è
rappresentata da un’ellisse che porta gli abitanti delle località alpine verso
altre più o meno lontane contrade delle pianure al Sud e al Nord delle Alpi,
tanto ad Ovest quanto ad Est e che li riconduce più o meno regolarmente in
patria. L’esperienza dell’Altrove impregna quest’ultima, sia dal lato delle
rappresentazioni attraverso i racconti (più spesso drammatici) degli emigranti[9], che da
quello materiale attraverso ciò che oggi potremmo definire i resti territoriali
di queste esperienze[10]. La
migrazione alpina, il cui periodo “d’oro” va dal XVI al XVIII secolo, si
prolunga oltre gli oceani nel XIX e parte del XX secolo. La sua logica tuttavia
continua ancora oggi con i ritorni sia pure sporadici ed aleatori (qualche
volta anche definitivi) degli eredi di quegli emigranti che hanno fatto la loro
vita (non sempre sinonimo di fortuna) in quegli altri mondi. Potremmo definire
questo fenomeno un turismo delle radici,
di cui un esempio interessante è quello di Louise Rigozzi narrato nel
bellissimo libro di Fernando Ferrari[11], Verde lapis, soprattutto quando Louise
dice, ad un certo momento: «Quando vidi per la prima volta Aquila, nel 1995, mi
chiesi perché Isidoro aveva lasciato questo bel posto. Ora so che è stato a
causa della povertà e nella speranza di migliorare la sua situazione a Londra. Ho
effettivamente la sensazione che, con il mio ritorno in Ticino il cerchio si
sia finamente chiuso[12]».
Certo, l’emigrazione non è un
fenomeno limitato al mondo alpino, anzi, si tratta di un fatto prettamente
umano, ma per le Alpi resta un’esperienza storica marcante e, soprattutto,
testimonia di un rapporto particolare con l’apertura: il rapporto tra il Qui e
l’Altrove che si basa su una dialettica che oscilla tra il fascino e la
diffidenza, tra l’attrazione e la distanza. Frutto sicuramente di
un’autocoscienza della fragilità del proprio luogo, del proprio ambiente. Non
solo (forse si potrebbe dire, con un briciolo di provocazione, non tanto)
dell’ambiente in senso ecologico[13], ma
soprattutto dell’ambiente sociale. Autocoscienza di quanto un’apertura senza
diffidenza possa portare alla distruzione identitaria di una collettività[14], anche
se a volte questa si esprime con discorsi e posizioni che appaiono
ideologicamente retrograde. Tutto ciò fa parte delle contraddizioni che
contraddistinguono quelle società che hanno un ancoraggio territoriale forte
pur essendo aperte sull’esterno. L’opposizione di principio all’ecologismo e
all’immigrazione non escludono pratiche ecologiche e di solidarietà, ma
esprimono quella diffidenza “rurale” nei confronti del mondo “urbano”, la
diffidenza della tradizione nei confronti della modernità[15].
Quest’ultima si basa sulla ricerca del nuovo e della sua diffusione rapida,
perché legata all’accumulazione del capitale che permetta poi a sua volta la
ricerca di altre novità. Il suo principio è quello della ricerca continua di
combinazioni (materiali e immateriali) che producano rarità[16]. La sua
logica è orientata verso il futuro. La tradizione (la tradizione pura) è invece
orientata verso il passato, cioè sulla riproduzione di quanto ha dato risultati
positivi fino a quel momento. Essa si basa sulla conservazione di quegli equilibri
che han fatto le loro prove nel tempo. Questo non impedisce l’adozione del
nuovo, ma solo dopo averne valutato il valore aggiunto che esso può generare:
l’esistente potrà essere sostituito dal nuovo solo se la valutazione è
positiva. Non è il principio della novità e della sua capacità a produrre
capitale che guida la tradizione, ma il principio della qualità che assicuri
l’esistenza sociale.
Le società alpine sono società
aperte, ma non per questo disposte a sciogliersi nel magma di una società liquida
senza più ancoraggi territoriali (e neppure temporali); ma sono anche società
chiuse, quelle alpine, non per questo, però, disposte al piacere solitario
dell’estinzione. Sono società che rivendicano l’appartenenza al loro tempo,
quindi società moderne, urbane, ma a differenza delle città – territori della produzione di reti e
d’invenzione – le Alpi hanno ancora quell’ancoraggio territoriale che le
obbliga all’adattamento: sono un territorio la cui verticalità amplifica, da un
lato, i tempi e le energie per lo spostamento, e dall’altro la circolarità
delle stagioni marcando sempre fortemente l’economia, la socialità e l’ecologia
di questi territori. Se per la città il problema cruciale è quello
dell’energia, per le Alpi il problema cruciale è quello del rapporto
ambiente-società, un rapporto legato fortemente alla verticalità, ai suoi ritmi
e ai suoi parametri. Il controllo sull’apertura oggi passa dall’istruzione e
dall’educazione ambientale: non tanto quella dell’ecologismo (che è ancora
un’invenzione urbana), ma quella dell’ecologia nel senso scientifico del
termine, che implica in definitiva l’applicazione pratica delle soluzioni in
contesti concreti. Per questo è importante che le scelte politiche – regionali,
cantonali o nazionali – favoriscano l’accesso alla contemporanea formazione
(professionale, tecnica o superiore che sia), alla presenza di servizi pubblici
di punta (come ospedali, istituti di ricerca, ecc.), ad attività industriali
moderne e così via. Il mondo alpino è ricco di segni che rimandano
all’importanza di un rapporto stretto con il suo territorio: sono i segni che
lo ricordano alla sua memoria insistendo sulla necessità di prendere in
considerazione l’Altrove senza dimenticare il Qui e inversamente[17].
6. Conclusione
È difficile concludere perché il
mondo alpino non può essere riassunto in poche parole (e nemmeno in molte!), è
troppo eterogeneo e ricco di esperienze storiche e geografiche. Vi sono
tuttavia almeno tre cose che un geografo è costretto ad imparare quando si
confronta con questo mondo fatto di verticalità e frammentazioni[18]:
regionalità, apertura e ambiente.
L’ambiente alpino è il risultato
della territorializzazione nel senso attribuitole da Angelo Turco: quel
meticciato di natura e di cultura che ha permesso agli esseri umani di adattare
ed adattarsi a queste terre particolari caratterizzate dalla verticalità.
Similitudini e differenze sparse qua e là hanno dato nascita a forme di
regionalità che ancorano la propria esistenza in esperienze storiche e
geografiche sensibili all’apertura, agli sviluppi e ai progressi che avvengono
altrove, ma sempre con quella distanza
necessaria all’introduzione prudente della novità che il mondo delle pianure
produce con rapidità. Per non essere distruttivo, l’adattamento in ambienti
la cui sensibilità dipende da fattori ecologici, implica lentezza, proprio per prendere in considerazione gli aspetti
sociali e ambientali locali. Le Alpi sono un mondo frammentato ed è per questo
che le caratteristiche identitarie (nate e radicate in quegli incroci di spazio
fisico, istituzionale e relazionale sviluppatisi nella storia) possono essere
così marcanti: le forme di alleanze interne al mondo alpino (Cotrao, Arge-Alp,
Alpe-Adria, Alleanza delle città alpine, reti di città alpine, ecc.)
rappresentano (o hanno rappresentato) le strategie contemporanee per difendere
l’apertura e, nel contempo, le particolarità di questi territori. Il confronto
con le esperienze fatte altrove nelle Alpi, come pure con quelle che avvengono
nel resto del mondo, sono vitali per permettere al mondo alpino di continuare
ad esistere, procurandosi l’informazione necessaria ad adattare e adattarsi al
proprio ambiente ecologico e sociale.
Il mondo della montagna insegna e
ricorda al geografo la complessità delle società umane, complessità nel senso
di strutture in cui tutte le componenti – comprese (e soprattutto) quelle non
visibili – sono in stretta relazione tra di loro. E che probabilmente non
scompaiono mai. In montagna, alcune di esse (sociali o ambientali che siano) sono
particolarmente sensibili e, se toccate, possono scombussolare tutto
l’edificio.
Nelle Alpi, il geografo si sente sempre un po’ come un alpinista. Deve quindi saper procedere con prudenza nelle sue analisi a causa, appunto, di quelle numerose componenti invisibili continuamente presenti sotto i suoi passi e, nel contempo, apprezzare la vivacità, il calore e il senso (e anche le contraddizioni) di società abitate dal proprio territorio.
[1]
Bernard CRETTAZ, 1998, La beauté du reste, confession d’un conservateur de
musée sur la perfection e l’enfermement de la Suisse et des Alpes, Carouge
(CH), Editions Zoé, 200 p.
[2][2] Enrico CAMANNI, 2017, Storia delle
Alpi, Le più belle montagne del mondo raccontate, Pordenone, Edizioni
Biblioteca dell’Immagine, 343 p.
TURCO
Angelo, 2010, Configurazioni della
territorialità, Milano, Franco Angeli, 329 p.
[4] Non si tratta necessariamente di momenti
nel senso temporale, cioè di successioni: possono anche realizzarsi
simultaneamente.
[5] Conferenza data alla Mediateca
vallesana di Martigny, trascrizione e traduzione nostre.
[6] Regione
Trevalli, 1995, Programma di sviluppo, p. 34.
[7] Cfr. i lavori di Laurence Fontaine,
di Patrizia Audenino, ecc.; la pubblicazione del 2005, Lo spazio insubrico, Un identità storica tra percorsi politici e realtà
socio-economiche, 1500-1900, a cura di Lorenzetti e Valsangiacomo, edito da
Casagrande, e altri ancora, come gli studi di Giorgio Cheda.
[8] Cfr. il bellissimo scritto di Anne Cuneo
sulla storia di Carlo Gatti di Malvaglia o il film di Bertrand Tavernier et
Bernard Favre, La Trace.
[9] Cfr. Giorgio Cheda e le sue
pubblicazioni sull’emigrazione ticinese oltre mare.
[10] Cfr. il Palazzo della Barca in Val Onsernone: la cui forma architettonica è
già di per sé sorprendente, ma al cui interno troviamo tracce della fortunata
esperienza francese dei suoi antichi proprietari.
[12] Louise Rigozzi, in Fernando
Ferrari, 2015, op. cit., p. 26:
nostra sottolineatura.
[13] Non mancano, certo, gli esempi di risorse
che attori locali svendettero a chi non era del luogo, come per esempio le
acque, i cui canoni fissati allora nei contratti arrivano a scadenza e sono
oggi oggetto di revisione. O, ancora, gli sfaceli paesaggistici di certe
località turistiche.
[14] Bella, al riguardo, la figura di
don Giuseppe e del suo ruolo nel libro di Plinio
Martini, 1976, Il fondo del
sacco, Bellinzona, Casagrande, 173 p.
[15] La diffidenza della pratica nei confronti della conoscenza.
[16] E, oggi soprattutto, anche programmando
volontariamente l’obsolescenza delle cose.
[17] La recente vicenda ospedaliera
ticinese, indipendentemente dai suoi esiti, è significativa della volontà e
necessità di rompere la costante marginalizzazione delle zone alpine, e ancora
più significativa è la recente proposta di insediare le Officine della ferrovia
sui sedimi della scomparsa Monteforno. Avere attività industriali pesanti in
pieno centro urbano, come a Bellinzona è un’assurdità: recuperare queste
attività nella Bassa Leventina è ridar vita ad una cultura industriale presente
sul territorio. Tra autostrada e Tilo, a che distanza di tempo siamo da
Bellinzona? È marginalità, questa?
[18] Il famoso «specchio frantumato» dei coniugi
Paul et Germaine Veyret.