jeudi 24 mai 2018



Un geografo e le Alpi


[testo della conferenza data a Giornico il 12 maggio 2018 nel quadro dell'attività di GEA Ticino]









1. Il senso del titolo

Avrei potuto essere un appassionato di deserti e la domanda sarebbe stata la stessa, ma evidentemente rivolta al deserto; la stessa cosa se fosse stato il mare o la foresta, la steppa o la città. Un geografo – un geografo di professione voglio dire – è sempre a confronto con il suo spazio o territorio di predilezione. Questi lo stimola, lo interroga e spesso lo sfida in quel gioco perpetuo che porta l’appassionato, come lo sportivo, a cercare i propri limiti: di comprensione per chi lo studia o di riuscita per lo sportivo. Per me sono state le Alpi. Confronto cominciato con le attività giovanili, ma iniziato professionalmente con la tesi di dottorato nei “preistorici” anni di fine Settanta inizio Ottanta, a Giornico, in Bassa Leventina.

Un geografo, dicevo, si confronta con un territorio e la prima cosa che gli insegnano i suoi “maestri” – e che trova poi conferma nella realtà (soprattutto per un geografo delle scienze umane) – è che lo spazio porta le impronte delle società e degli individui che lo abitano. Impronte che spesso vanno perdute e sono sostituite da altre, mentre a volte perdurano nel tempo ben al di là di chi le ha forgiate. La prima cosa che un geografo impara è semplicemente questa: lo spazio è una costruzione sociale. È, cioè, il riflesso dei rapporti che uomini e donne hanno tra di loro e con il loro ambiente: rapporti localizzati che rivelano le diversità di cultura, di luoghi e di storia di cui è ricco il nostro globo. Queste diversità si esprimono tanto attraverso le specificità legate ai luoghi e alle loro società quanto alle similitudini con altre società e luoghi, in un interminabile e mutevole intreccio perché non esistono spazi chiusi o isolati: neppure le isole lo sono (perlomeno finché gli uomini non decidono di farlo: ma non dura mai!).

La domanda-titolo della conferenza prende qui il senso di una confessione (termine preso a prestito dal titolo di un libro di Bernard Crettaz[1]) sulla mia esperienza professionale durata una quarantina d’anni passati a curiosare qua e là alcuni aspetti di questo mondo particolare che sono le Alpi.


2. Civiltà meticcia

Paradossalmente, per quanto studiate, osservate, disegnate o fotografate – raccontate, come direbbe Enrico Camanni [2]– le Alpi restano pur sempre un mondo ancora inesplorato. C’è sempre qualcosa da dire e da vedere perché le società umane non finiscono mai di porsi domande sulla loro esistenza e sui luoghi che abitano. Le Alpi sono montagne situate in mezzo a quella parte del continente europeo ricco di scambi culturali, economici e politici. Sono (per usare un’espressione cara a Claude Raffestin) un commutatore tra il Nord e il Sud e molte sono le vecchie leggende che evocano antiche maledizioni per non aver dato aiuto ad un pellegrino arrivato dall’altro versante e sceso da un colle: le montagne sono nate dai frequentatori di passi, come raccontava Bernard Crettaz in una sua conferenza data a Martigny. Le Alpi, quindi, non sono un ostacolo e non lo sono mai state, salvo quando l’ostilità degli uomini le bloccavano: sono passaggi! Ma le Alpi sono anche abitate! E questo, proprio perché sono passaggi! Chi passa incontra chi abita e inversamente: l’altrove si confronta con il luogo e inversamente. Nasce e si sviluppa così una civiltà meticcia: venuto da fuori e dopo i primi incontri con questa montagna 300 e più mille anni fa, l’uomo alpino ha continuato e continua a nutrirsi di ciò che viene dall’esterno. È un uomo storico, creatosi attraverso processi costanti di adattamento e di ibridazioni culturali, genetiche, ambientali, religiose e politiche. Processi in atto ancora oggi, soprattutto nel contesto migratorio attuale di cui è ricca la realtà quotidiana. Questa dimensione di apertura è forse una delle prime cose che il mondo delle Alpi insegna, e questo anche se, come ogni realtà, anche quella alpina è contradditoria: le società montane possono anche dar prova di chiusura, addirittura di arretratezza, ma dietro a ciò si cela sempre l’apertura, cioè l’attenzione all’altrove e la ricerca ponderata dell’adattamento. È sicuramente un segno d’identità, cioè dell’autocoscienza di esistere che i gruppi sociali hanno, soprattutto quando l’attaccamento al proprio territorio è particolarmente sensibile. Questo legame con i luoghi associato all’apertura è il motore della dinamica territoriale.


3. Natura E cultura


Osserviamo un paesaggio!

Qui sotto, un pezzetto della Val Malvaglia, l’Alpe di Cióu: cascine diroccate, cascine restaurate, muretti, ammassi di sassi (alcuni caduti dall’alto, altri ammassati per liberare i prati), alberi, recinti, rocce, ecc.




Si tratta di oggetti che possono essere raggruppati in due categorie: elementi cosiddetti naturali da un lato e artefatti umani dall’altro. Se i primi rimandano alla storia naturale della Terra (dalla geologia alle glaciazioni passando dall’orogenesi e dalla colonizzazione vegetale) e i secondi a scelte ed interventi umani, osservandoli nel loro insieme svelano un rapporto storico all’ambiente: per piccolo che sia, il frammento di spazio terrestre della fotografia è l’espressione di una vita e di un’organizzazione abitativa. Questa immagine indica come il lavoro abbia trasformato una situazione territoriale data in una situazione territoriale nuova. La realtà spaziale è quindi una medaglia a doppia faccia, ambigua per natura, perché l’insieme degli elementi presenti su una data superficie terrestre testimoniano sempre di un intreccio quasi infinito di culture, di tempi, di forme di vita, di aspettative e di ricordi, in altre parole di identità, di memorie e di progetti. Per questo i territori resistono e cambiano nel contempo.

Il rapporto tra gli esseri umani e il loro spazio si sviluppa all’interno di un sistema di relazioni creato dall’intersezione di tre logiche, che Claude Raffestin identifica col termine di Bio-Eco-Antropo-logiche. Le logiche dell’ambiente danno forma ad equilibri tra le diverse specie animali o vegetali e i loro sostrati organici o inorganici condizionandone il metabolismo. Le specie animali e vegetali, nei loro equilibri o squilibri, creano o riproducono gli equilibri ambientali. Gli esseri umani non sfuggono a queste interazioni ma, possiamo aggiungere, le logiche derivanti dal loro vivere in società (scelte colturali, scelte culturali, metodi e strumenti di lavoro per la produzione, lo scambio e il consumo, rappresentazioni individuali e collettive, ecc.) interferiscono a loro volta su questi insiemi di relazioni. La faccia visibile delle cose, quelle che possiamo osservare con i nostri occhi o con quelli degli strumenti a nostra disposizione, ha le sue radici nell’interazione tra queste tre logiche, come nello schema riportato nella figura seguente, dove il paesaggio appare come la struttura visibile delle azioni umane e le tre logiche in interazione come la struttura profonda delle cose. 





La trasformazione da una situazione territoriale data in una nuova – attraverso il lavoro – è quella che chiamiamo processo di territorializzazione.

Angelo Turco[3], sviluppando il concetto di territorializzazione, ne parla come di un processo composto da tre momenti chiave[4]: la denominazione, la reificazione e la strutturazione.

La reificazione – o, se si preferisce, la costruzione materiale delle cose – viene considerata dall’autore come un processo attraverso il quale lo “spazio incorpora valore antropologico”. Ma l’autore insiste sul fatto che non si tratta di un’aggiunta degli aspetti antropologici a quelli fisici dello spazio, bensì di un assorbimento di quest’ultimi e della rimessa nel circuito di forme o di funzioni nuove sotto forma ibrida. Per esempio, la costruzione di un canale d’adduzione per l’acqua di un’alpe sfrutta nel contempo la capacità umana a costruire il materiale di captazione e di trasporto dell’acqua e le leggi naturali della gravità e dei fluidi. O ancora, uno degli schemi di costruzione delle stalle, per esempio quello che consiste nell’istallare il bestiame sotto il fienile e questi sotto un tetto di piode aperto alle correnti d’aria, è un sottile miscuglio di capacità umane nel costruire uno stabile dove il calore delle bestie (che tende a salire) viene trattenuto dall’isolazione che rappresenta il fieno, quest’ultimo depositato in una camera arieggiata in permanenza per mantenerlo secco ed evitarne la fermentazione e il pericolo che si infiammi. Ogni costruzione umana è – conoscenza scientifica o meno – una confusione di natura e cultura e non un’addizione dell’una sull’altra.

La strutturazione è l’insieme delle relazioni che gli esseri umani intrecciano tra di loro e con il loro ambiente: è l’uso che si fa di quel che risulta dalla reificazione e dalla denominazione. Una formazione geografica, dice l’autore, occupa uno spazio (quello sul quale proietta le proprie aspettative), ma l’eterogeneità insita in qualsiasi gruppo crea aspettative e pratiche diverse (e quindi confronti) nelle relazioni allo spazio occupato: lo spazio, nella sua trasformazione in territorio è, quindi, sottoposto ad una tensione permanente dovuta al confronto delle iniziative di attori diversi. Le recenti votazioni sulle residenze secondarie (Legge Weber) o sui parchi regionali (Parco Adula), o ancora sulla protezione di animali (lupo, urogallo) sono testimoni di questa diversità di aspettative rispetto ad un medesimo spazio (alpino in questi casi).

La denominazione è sicuramente uno dei primi atti che l’essere umano compie, per necessità, quando si confronta con una realtà. Essa serve a identificare oggetti e persone con le quali interferire e a comunicarne la natura agli altri componenti della società: senza di ciò sarebbe impossibile trasformare lo spazio in territorio. È sufficiente consultare una carta geografica, o meglio ancora, una carta topografica, per rendersi conto di quanti nomi vi siano iscritti. Questi nomi permettono l’orientamento, indicano una modalità d’uso del territorio, ne segnalano le caratteristiche, ecc. Sono “nomi” che possono sussistere al di là degli usi contemporanei di questo o di quello spazio, diventando così testimoni di una storia, ma sono anche “nomi” che possono estinguersi, dimenticati o sostituiti da “nomi” contemporanei, in sintonia con l’uso attuale di quel pezzo di spazio. La loro funzione è però sempre quella di limitare la distanza tra rappresentazione e realtà alfine di guidare un’azione territoriale.

Il processo di territorializzazione sbocca su quella che Claude Raffestin chiama territorialità, che, in fondo, altro non è che il rapporto tra la faccia visibile delle cose e la struttura profonda che le sostiene. Nelle Alpi, due sono le caratteristiche principali con le quali le collettività si sono confrontate e continuano sempre a confrontarsi: la verticalità e la frammentazione dello spazio. Per cercare di svelare questo rapporto chi studia un territorio deve collegare diversi tipi d’informazione, come per esempio immagini (fotografie, dipinti, video, paesaggi, ecc.), oggetti (utensili, costruzioni, nomi e denominazioni, pietre, vegetali, animali, materiali vari, ecc.) e testi (racconti: scritti, orali, leggende, cronache, ecc.).


4. La verticalità

“A quei tempi la montagna era un paradiso perché le vacche davano tanto di quel latte che gli umani non avevano bisogno di lavorare. A quei tempi, in queste alture paradisiache, c’erano pure i vigneti. Questi tempi felici sono durati finché un giorno è arrivata la catastrofe. Proveniente dall’altra parte del passo (la montagna è nata dai frequentatori di passi), il mendicante domanda la carità a questa gente che vive nell’abbondanza. Gli viene rifiutata perché … “la ricchezza indurisce i cuori”. E qui, avviene la maledizione: la montagna è avvolta dal freddo, dai torrenti pericolosi, dalle valanghe, dagli spiriti maligni, ecc. Ed è così che, da allora, bisogna scendere a valle dissociando la civiltà della mucca che si trova in alto da quella della vite che si trova in basso.… »[5]

Il mendicante veniva dall’altra parte della montagna e non dal piano, la maledizione è quella biblica del Paradiso terrestre che condanna gli esseri umani al lavoro e questo è il mediatore di quel processo di adattamento che – qui in montagna – fa della verticalità una risorsa e non un ostacolo, dando forma a quella che potremmo definire l’intelligenza della montagna, cioè l’organizzazione dell’habitat in fasce altitudinali con le loro specifiche funzioni, come illustrato dalle due immagini seguenti.



La leggenda è interessante nella misura in cui mostra come la verticalità, pure attraverso la maledizione, non sia un ostacolo, bensì una risorsa. Paesaggio e fonti diverse svelano le tracce di questa capacità a sfruttare le caratteristiche ambientali indotte dalla verticalità, mostrando una volta ancora l’intreccio tra natura e cultura al quale obbligano le Alpi.

Tuttavia, la leggenda può anche avere un altro significato: quello dell’importanza che ha l’apertura sul mondo esterno alle collettività presenti. Come detto, l’aver scacciato il mendicante venuto d’altrove ha provocato la maledizione: la chiusura nei confronti dell’altro può portare alla catastrofe. Questa dimensione, cioè l’attenzione portata simultaneamente sugli spazi (fisico, sociale, politico, economico…) esterni e su quelli interni trasparivano bene dalle posizioni di un attore locale come la Regione Trevalli quando nel suo Programma di sviluppo[6] del 1995 insisteva sulla necessità di essere all’ascolto di quanto proviene dall’esterno per poi filtrarlo e svilupparlo tenendo conto delle proprie potenzialità regionali. In questo ed altri casi ci troviamo di fronte all’idea di uno spazio che si definisce – e si costruisce – nella sua relazione con l’esterno. Lo spazio alpino è spazio di passaggio e la sua caratteristica territoriale è quella di una struttura aperta. Il paesaggio testimonia di come la cultura alpina sia una cultura dell’adattamento, dove l’altrove introduce le sue caratteristiche contemporanee senza tuttavia mai far perdere completamente quelle locali.

L’apertura del mondo alpino non è data solamente dal transito e dall’adozione di merci, di persone e di idee, ma anche dal rapporto diretto che gli Alpini avranno, soprattutto dal XV secolo in poi, con il mondo delle pianure, dapprima europee e successivamente oltremare. Prendendo una metafora, qui è il cerchio (il luogo d’abitazione) che genera la linea (il viaggio degli emigranti), una linea che non può che essere, essa stessa, circolare, tanto il cerchio resta il luogo dell’esistenza e dell’identità. L’emigrazione ne è sicuramente l’esempio più significativo, illustrato sia da studi storici[7] che da romanzi o film basati su interpretazioni storiche[8], come pure più semplicemente dal paesaggio. In questi esempi, la linea è rappresentata da un’ellisse che porta gli abitanti delle località alpine verso altre più o meno lontane contrade delle pianure al Sud e al Nord delle Alpi, tanto ad Ovest quanto ad Est e che li riconduce più o meno regolarmente in patria. L’esperienza dell’Altrove impregna quest’ultima, sia dal lato delle rappresentazioni attraverso i racconti (più spesso drammatici) degli emigranti[9], che da quello materiale attraverso ciò che oggi potremmo definire i resti territoriali di queste esperienze[10]. La migrazione alpina, il cui periodo “d’oro” va dal XVI al XVIII secolo, si prolunga oltre gli oceani nel XIX e parte del XX secolo. La sua logica tuttavia continua ancora oggi con i ritorni sia pure sporadici ed aleatori (qualche volta anche definitivi) degli eredi di quegli emigranti che hanno fatto la loro vita (non sempre sinonimo di fortuna) in quegli altri mondi. Potremmo definire questo fenomeno un turismo delle radici, di cui un esempio interessante è quello di Louise Rigozzi narrato nel bellissimo libro di Fernando Ferrari[11], Verde lapis, soprattutto quando Louise dice, ad un certo momento: «Quando vidi per la prima volta Aquila, nel 1995, mi chiesi perché Isidoro aveva lasciato questo bel posto. Ora so che è stato a causa della povertà e nella speranza di migliorare la sua situazione a Londra. Ho effettivamente la sensazione che, con il mio ritorno in Ticino il cerchio si sia finamente chiuso[12]».

Certo, l’emigrazione non è un fenomeno limitato al mondo alpino, anzi, si tratta di un fatto prettamente umano, ma per le Alpi resta un’esperienza storica marcante e, soprattutto, testimonia di un rapporto particolare con l’apertura: il rapporto tra il Qui e l’Altrove che si basa su una dialettica che oscilla tra il fascino e la diffidenza, tra l’attrazione e la distanza. Frutto sicuramente di un’autocoscienza della fragilità del proprio luogo, del proprio ambiente. Non solo (forse si potrebbe dire, con un briciolo di provocazione, non tanto) dell’ambiente in senso ecologico[13], ma soprattutto dell’ambiente sociale. Autocoscienza di quanto un’apertura senza diffidenza possa portare alla distruzione identitaria di una collettività[14], anche se a volte questa si esprime con discorsi e posizioni che appaiono ideologicamente retrograde. Tutto ciò fa parte delle contraddizioni che contraddistinguono quelle società che hanno un ancoraggio territoriale forte pur essendo aperte sull’esterno. L’opposizione di principio all’ecologismo e all’immigrazione non escludono pratiche ecologiche e di solidarietà, ma esprimono quella diffidenza “rurale” nei confronti del mondo “urbano”, la diffidenza della tradizione nei confronti della modernità[15]. Quest’ultima si basa sulla ricerca del nuovo e della sua diffusione rapida, perché legata all’accumulazione del capitale che permetta poi a sua volta la ricerca di altre novità. Il suo principio è quello della ricerca continua di combinazioni (materiali e immateriali) che producano rarità[16]. La sua logica è orientata verso il futuro. La tradizione (la tradizione pura) è invece orientata verso il passato, cioè sulla riproduzione di quanto ha dato risultati positivi fino a quel momento. Essa si basa sulla conservazione di quegli equilibri che han fatto le loro prove nel tempo. Questo non impedisce l’adozione del nuovo, ma solo dopo averne valutato il valore aggiunto che esso può generare: l’esistente potrà essere sostituito dal nuovo solo se la valutazione è positiva. Non è il principio della novità e della sua capacità a produrre capitale che guida la tradizione, ma il principio della qualità che assicuri l’esistenza sociale.

Le società alpine sono società aperte, ma non per questo disposte a sciogliersi nel magma di una società liquida senza più ancoraggi territoriali (e neppure temporali); ma sono anche società chiuse, quelle alpine, non per questo, però, disposte al piacere solitario dell’estinzione. Sono società che rivendicano l’appartenenza al loro tempo, quindi società moderne, urbane, ma a differenza delle città –  territori della produzione di reti e d’invenzione – le Alpi hanno ancora quell’ancoraggio territoriale che le obbliga all’adattamento: sono un territorio la cui verticalità amplifica, da un lato, i tempi e le energie per lo spostamento, e dall’altro la circolarità delle stagioni marcando sempre fortemente l’economia, la socialità e l’ecologia di questi territori. Se per la città il problema cruciale è quello dell’energia, per le Alpi il problema cruciale è quello del rapporto ambiente-società, un rapporto legato fortemente alla verticalità, ai suoi ritmi e ai suoi parametri. Il controllo sull’apertura oggi passa dall’istruzione e dall’educazione ambientale: non tanto quella dell’ecologismo (che è ancora un’invenzione urbana), ma quella dell’ecologia nel senso scientifico del termine, che implica in definitiva l’applicazione pratica delle soluzioni in contesti concreti. Per questo è importante che le scelte politiche – regionali, cantonali o nazionali – favoriscano l’accesso alla contemporanea formazione (professionale, tecnica o superiore che sia), alla presenza di servizi pubblici di punta (come ospedali, istituti di ricerca, ecc.), ad attività industriali moderne e così via. Il mondo alpino è ricco di segni che rimandano all’importanza di un rapporto stretto con il suo territorio: sono i segni che lo ricordano alla sua memoria insistendo sulla necessità di prendere in considerazione l’Altrove senza dimenticare il Qui e inversamente[17].  


6. Conclusione

È difficile concludere perché il mondo alpino non può essere riassunto in poche parole (e nemmeno in molte!), è troppo eterogeneo e ricco di esperienze storiche e geografiche. Vi sono tuttavia almeno tre cose che un geografo è costretto ad imparare quando si confronta con questo mondo fatto di verticalità e frammentazioni[18]: regionalità, apertura e ambiente.

L’ambiente alpino è il risultato della territorializzazione nel senso attribuitole da Angelo Turco: quel meticciato di natura e di cultura che ha permesso agli esseri umani di adattare ed adattarsi a queste terre particolari caratterizzate dalla verticalità. Similitudini e differenze sparse qua e là hanno dato nascita a forme di regionalità che ancorano la propria esistenza in esperienze storiche e geografiche sensibili all’apertura, agli sviluppi e ai progressi che avvengono altrove, ma sempre con quella distanza necessaria all’introduzione prudente della novità che il mondo delle pianure produce con rapidità. Per non essere distruttivo, l’adattamento in ambienti la cui sensibilità dipende da fattori ecologici, implica lentezza, proprio per prendere in considerazione gli aspetti sociali e ambientali locali. Le Alpi sono un mondo frammentato ed è per questo che le caratteristiche identitarie (nate e radicate in quegli incroci di spazio fisico, istituzionale e relazionale sviluppatisi nella storia) possono essere così marcanti: le forme di alleanze interne al mondo alpino (Cotrao, Arge-Alp, Alpe-Adria, Alleanza delle città alpine, reti di città alpine, ecc.) rappresentano (o hanno rappresentato) le strategie contemporanee per difendere l’apertura e, nel contempo, le particolarità di questi territori. Il confronto con le esperienze fatte altrove nelle Alpi, come pure con quelle che avvengono nel resto del mondo, sono vitali per permettere al mondo alpino di continuare ad esistere, procurandosi l’informazione necessaria ad adattare e adattarsi al proprio ambiente ecologico e sociale.

Il mondo della montagna insegna e ricorda al geografo la complessità delle società umane, complessità nel senso di strutture in cui tutte le componenti – comprese (e soprattutto) quelle non visibili – sono in stretta relazione tra di loro. E che probabilmente non scompaiono mai. In montagna, alcune di esse (sociali o ambientali che siano) sono particolarmente sensibili e, se toccate, possono scombussolare tutto l’edificio. 

Nelle Alpi, il geografo si sente sempre un po’ come un alpinista. Deve quindi saper procedere con prudenza nelle sue analisi a causa, appunto, di quelle numerose componenti invisibili continuamente presenti sotto i suoi passi e, nel contempo, apprezzare la vivacità, il calore e il senso (e anche le contraddizioni) di società abitate dal proprio territorio.


 












[1] Bernard CRETTAZ, 1998, La beauté du reste, confession d’un conservateur de musée sur la perfection e l’enfermement de la Suisse et des Alpes, Carouge (CH), Editions Zoé, 200 p.
[2][2] Enrico CAMANNI, 2017, Storia delle Alpi, Le più belle montagne del mondo raccontate, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 343 p.
[3] TURCO Angelo, 1988, Verso una teoria geografica della complessità, Milano, Unicopli, 184 p.
TURCO Angelo, 2010, Configurazioni della territorialità, Milano, Franco Angeli, 329 p.
[4] Non si tratta necessariamente di momenti nel senso temporale, cioè di successioni: possono anche realizzarsi simultaneamente.
[5] Conferenza data alla Mediateca vallesana di Martigny, trascrizione e traduzione nostre.
[6] Regione Trevalli, 1995, Programma di sviluppo, p. 34.
[7] Cfr. i lavori di Laurence Fontaine, di Patrizia Audenino, ecc.; la pubblicazione del 2005, Lo spazio insubrico, Un identità storica tra percorsi politici e realtà socio-economiche, 1500-1900, a cura di Lorenzetti e Valsangiacomo, edito da Casagrande, e altri ancora, come gli studi di Giorgio Cheda.
[8] Cfr. il bellissimo scritto di Anne Cuneo sulla storia di Carlo Gatti di Malvaglia o il film di Bertrand Tavernier et Bernard Favre, La Trace.
[9] Cfr. Giorgio Cheda e le sue pubblicazioni sull’emigrazione ticinese oltre mare.
[10] Cfr. il Palazzo della Barca in Val Onsernone: la cui forma architettonica è già di per sé sorprendente, ma al cui interno troviamo tracce della fortunata esperienza francese dei suoi antichi proprietari.
[12] Louise Rigozzi, in Fernando Ferrari, 2015, op. cit., p. 26: nostra sottolineatura.
[13] Non mancano, certo, gli esempi di risorse che attori locali svendettero a chi non era del luogo, come per esempio le acque, i cui canoni fissati allora nei contratti arrivano a scadenza e sono oggi oggetto di revisione. O, ancora, gli sfaceli paesaggistici di certe località turistiche.
[14] Bella, al riguardo, la figura di don Giuseppe e del suo ruolo nel libro di Plinio Martini, 1976, Il fondo del sacco, Bellinzona, Casagrande, 173 p.
[15] La diffidenza della pratica nei confronti della conoscenza.
[16] E, oggi soprattutto, anche programmando volontariamente l’obsolescenza delle cose.
[17] La recente vicenda ospedaliera ticinese, indipendentemente dai suoi esiti, è significativa della volontà e necessità di rompere la costante marginalizzazione delle zone alpine, e ancora più significativa è la recente proposta di insediare le Officine della ferrovia sui sedimi della scomparsa Monteforno. Avere attività industriali pesanti in pieno centro urbano, come a Bellinzona è un’assurdità: recuperare queste attività nella Bassa Leventina è ridar vita ad una cultura industriale presente sul territorio. Tra autostrada e Tilo, a che distanza di tempo siamo da Bellinzona? È marginalità, questa?
[18] Il famoso «specchio frantumato» dei coniugi Paul et Germaine Veyret.

mardi 9 février 2016



Il re è morto, viva il re!
Le città elvetiche dentro lo spazio alpino

[Questo testo è stato pubblicato sulla rivista Sentieri Urbani, No. 18, La città alpina: identità, strategie e progettiRivista della Sezione Trentino dell'Istituto Nazionale di Urbanistica,  Trento, dicembre 2015 >>  www.sentieri-urbani.eu]

1. La città alpina è morta …

Quando UN re muore, un altro gli succede, ma IL re continua la sua esistenza, tramandata dall’uno all’altro. Pensando al caso elvetico, questa espressione potrebbe applicarsi alle sue città perché il qualificativo di alpino è, in sostanza, sempre assente nell’ambito dei lavori e degli studi sullo sviluppo territoriale.

Negli indirizzi sull’organizzazione territoriale della Svizzera e nella pianificazione del territorio[1], i termini di città e di agglomerati urbani sono diventati centrali.  L’assenza del qualificativo montano è uno dei paradossi che accompagnano probabilmente tutta la storia territoriale della Confederazione elvetica: un paese fatto di valli, colline, montagne ma, nel suo insieme, una vera e propria grande città! E ciò fin dall’epoca moderna, come già poteva osservarlo il Rousseau[2]: un territorio la cui apparenza si manifestava facilmente come “rurale”[3] (per usare un termine comune e comodo), ma la cui essenza era urbana, a tal punto che, nel 1896, quella Svizzera fortemente industrializzata sente il bisogno di inventare e presentare il modello di Villaggio svizzero all’Esposizione nazionale di quell’anno . In Svizzera, l’aggettivo (e concetto) stesso di “alpina” non si è mai trovato accanto al vocabolo “città”, in quanto per molto tempo l’immaginario collettivo ha occultato la dimensione urbana del paese[4]. Non ebbe tutti i torti, Jean-François Bergier, quando scrisse che, riguardo alle Alpi, sussisteva un’opposizione tra la visione che ne avevano i suoi abitanti e quelli che ne dimoravano al di fuori, i cittadini, appunto: “[…] questi due termini di opposizione, la vita reale sulle Alpi e la loro visione dal di fuori, si sono considerevolmente evoluti, ma non si sono mai veramente incontrati[5].

Oggi le cose sono un po’ cambiate: le città elvetiche sono sempre più imbricate nello spazio alpino, come si può vedere dalle rappresentazioni cartografiche ufficiali. Le cinque più importanti (in ordine alfabetico: Basilea, Berna, Ginevra, Losanna, Zurigo) sono geograficamente situate al di fuori dello spazio propriamente alpino, ma all’interno di questo, molte sono le località alle quali la statistica riconosce oggi lo statuto di città e tutte sono inserite in una rete di collegamenti stradali, autostradali, ferroviari ed elettronici che appartengono a una stessa trama. Questa, pur spaziando addirittura di là dalle frontiere, è pur sempre delimitata dai confini all’interno dei quali si disegna la territorialità nazionale.
Se Rousseau si riferiva alla Svizzera dei tredici cantoni, oggi tuttavia non avrebbe più molto senso parlare di una città composta di ventisei quartieri (i cantoni e semi-cantoni), perché il livello cantonale non è più considerato totalmente pertinente nello studio di quello spazio a carattere urbano, com’è definito dai servizi stessi della Confederazione, Ufficio federale di statistica in testa. Alcuni anni fa[6] avevamo tentato di osservare le città alpine in Svizzera isolando le località con più di 10'000 abitanti (criterio statistico nazionale) presenti nello spazio che la stessa Confederazione aveva classificato, in senso largo, come di montagna. Su più di cinquanta località urbane (agglomerati e città), ben la metà era situata nello spazio montano, la maggior parte della quale aveva conosciuto una crescita demografica uguale o superiore alla media nazionale. Si poteva quindi costatare come, indipendentemente dalle rispettive funzioni, le città “montane” fossero attrattive. Nel dicembre dell’anno scorso[7], l’Ufficio federale di statistica ha pubblicato un documento sullo spazio a carattere urbano basandosi su nuovi criteri di classificazione. In questo documento si può vedere come l’urbanità si sia accresciuta, inglobando, come detto sopra, anche spazi al di là delle frontiere. Questo spazio urbano (agglomerati, città e agglomerati transfrontalieri) comprende quasi un’ottantina di unità[8]. Le carte che accompagnano questo studio mostrano come esso occupi in prevalenza l’Altipiano e le zone frontaliere, penetrando tuttavia in modo deciso nello spazio montano elvetico. Il sistema urbano svizzero si diffonde da Berna verso i paesaggi del Lago di Thoune, da Zurigo verso i Cantoni primitivi della Svizzera centrale, dal Sud del Ticino verso le vallate di entroterra a nord di Bellinzona e di Locarno, e dal Lago Lemano verso il Vallese (anche se qui, la continuità cartografica, al momento, non si è ancora totalmente realizzata: è solo questione di tempo!). Se alle superfici colorate della carta aggiungessimo la rete di comunicazione (autostrade, ferrovie, trasversali ferroviarie alpine in funzione – il Lötschberg – o in fase finale di realizzazione – il Gottardo), la Svizzera apparirebbe come un vero e proprio sistema urbano multipolare in piena fase di sviluppo. Paese alpino, la Svizzera diventa sempre più una città: una città alpina? Nessuno osa affermarlo. Parafrasando il Bergier: i due termini evolvono nei fatti, ma non si sono ancora mai veramente incontrati.

2. … viva la città alpina

La città alpina è oggetto di riflessioni da quindici, vent’anni a questa parte. Marie-Christine Fourny[9] , per esempio, aveva analizzato il discorso di alcuni comuni alpini riuniti in associazione. Analizzando undicimila occorrenze, tratte dalle loro pubblicazioni, ha potuto evidenziare alcune parole o frasi chiave che rilevavano, soprattutto, il carattere alpino della città situata in un rilievo montano: convenzione, protezione, alpi, sviluppo, ambiente, qualità del territorio, durevole, cittadino, frontiera, collaborazione, laboratorio, insieme, Europa, ecc. Parole o espressioni che mostravano come le città alpine si presentassero come luoghi dinamici inseriti in un ambiente di qualità, aperto alla sperimentazione e all’Europa. La città alpina appare, perciò, “condannata” a essere attenta al proprio ambiente fisico, a collaborare con altre città, a trovare costantemente soluzioni economiche ed ecologiche che vadano anche oltre la dimensione puramente locale. Adattabilità, apertura e sostenibilità sono le costanti che – almeno in queste auto-rappresentazioni – la montagna imporrebbe (quasi in modo deterministico) a chi vi abita, città comprese.  In un articolo del 1989, Claude Raffestin rilevava l’importanza, per la vita nelle Alpi, dell’intersezione fra tre logiche: quella dell’ambiente, quella della società e quella della vita degli organismi viventi (le socio- bio- e eco-logiche):
“ Il secondo paradosso del dialogo natura-cultura risiede nel necessario e imperativo obbligo di rispettare le regolazioni. La fragilità degli ecosistemi impedisce, sotto pena di distruzioni nel caso contrario, di sovra-sfruttare le risorse disponibili. Il sovraccarico degli alpeggi porterebbe rapidamente alla loro distruzione, come pure l’eccesso di sfruttamento dei boschi provocherebbe un ciclo di erosioni-valanghe che avrebbe rapidamente distrutto direttamente o indirettamente gli insediamenti umani.”[10]
La verticalità montana amplifica la fragilità dell’ambiente in cui è inserito l’insediamento. In una società rurale, a diretto confronto con l’ambiente, il mancato rispetto degli equilibri si ripercuote abbastanza rapidamente sulle società umane, perché la loro esistenza è strettamente legata a ciò che esse sanno trarre dall’ambiente circostante. Un ambiente lavorato, la cui funzione principale è quella di produrre materia viva per i vivi: qui, lo spazio ha soprattutto valore d’uso. In una società urbana, invece, l’ambiente assume la funzione di supporto delle attività (economiche, di abitazione, di svago, ecc.): qui, lo spazio ha soprattutto valore di scambio. La materia viva per i vivi (il nutrimento) è prodotta altrove, ed è quindi facile, in questo contesto, dimenticare gli equilibri.
 “Vasto insieme di ecosistemi, le Alpi evolvono in funzione della ragione, ma anche della follia degli uomini. Infatti, esse oppongono a ciò che gli uomini possono fare e sapere una serie di effetti negativi che suggeriscono a tratti ciò che dovrebbero fare e sapere se non fossero così ossessionati dai loro obiettivi unilaterali.”[11]
Questa necessità per il vivere nelle montagne, anzi quest’obbligo, di tener conto delle caratteristiche ambientali appariva già nelle auto-rappresentazioni che Marie-Christine Fourny aveva studiato. Auto-rappresentazioni che non erano sempre esenti da considerazioni di marketing territoriale, è vero, tuttavia, vi sono, oggi, proposte progettuali che esprimono la volontà di mettere in pratica ciò che i discorsi – spesso recuperati dalla politica – affermavano.

3. “Città Ticino”: città alpina?

Nel 2012, rispettivamente nel 2013, l’Accademia di architettura di Mendrisio pubblica due volumi dal titolo Atlante Città Ticino, il cui interesse non è da niente, perché leggerli e percorrerli vuol dire entrare in una vera e propria città alpina. Da un lato, vi si entra con l’immaginazione, perché si tratta di una proposta, ma dall’altro, vi si entra pure realmente, perché il progetto è una guida per convogliare le scelte future partendo dalla realtà territoriale attuale. Parte della città progettata, infatti, è lì, davanti ai nostri occhi e corrisponde a quella realtà venutasi a creare con il tempo, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale. In questo progetto si parla di una città formatasi in un territorio, quello ticinese, le cui caratteristiche sono prettamente montane. È una città alpina perché insediata in una porzione del Sud delle Alpi, ma anche perché il progetto prende in considerazione le caratteristiche geografiche del territorio ticinese: la verticalità per prima.
Se il termine di Città Ticino appare come tale con la revisione del Piano direttore cantonale del 2009, le sue radici – il cui termine era quello di città-regione –  le troviamo[12] già verso gli inizi degli anni Novanta nei lavori di quegli architetti ai quali il Cantone aveva domandato un progetto in rapporto alla costruenda ferrovia di base del Gottardo. 
“[…] una città che inizia a piazza del Duomo di Milano e finisce al valico del San Gottardo. Mi piace chiamarla città alpina, una città alpina è molto diversa da una città diffusa del Veneto, dell’Olanda, della Spagna perché la morfologia del territorio è diversa. Due pareti di montagne, più o meno alte (…) più o meno scoscese, più o meno verdi, un fondo valle relativamente pianeggiante, pure largo alcune centinaia di metri a qualche chilometro, con in mezzo, o da una parte, un fiume, un cielo come una volta a botte, lunga decine di chilometri, tanto quanto è lunga la valle. È il microspazio naturale che contiene la parte abitata della città.”[13]
Da un punto di vista fisico, questa idea di Città Ticino è una vera e propria città alpina, inserita in un rilievo montano dove gli spazi piani, quelli più sottoposti alla pressione edilizia, sono situati alla base di un paesaggio fatto di verticalità. Il Ticino è un cantone di montagna: due soli sono gli spazi di pianura veri e propri, il piano di Magadino (tra Bellinzona e Locarno) e la piana del Vedeggio (ad ovest di Lugano). Il resto del paesaggio può essere immaginato come una tempesta pietrificata, le cui onde si smorzano, via via verso sud, andando a morire sulla pianura del Po. È all’interno di questo quadro ambientale che si sono incrostate, dal bellinzonese in giù, attività commerciali, industriali e abitazioni, andando ad occupare anche buona parte delle “pareti … più o meno alte, più o meno scoscese …”. Il progetto che traspare dall’Atlante Città Ticino parte da questo sviluppo, finora piuttosto spontaneo e disordinato, per dare quegli indirizzi che controllino la sua evoluzione futura prendendo in considerazione le esigenze di una società urbana (attività economiche, mobilità, svago) e quelle di un quadro ambientale alpino. Mario Botta, in un commento introduttivo che accompagna l’Atlante Città Ticino, a pagina sette, sottolinea come l’attuale situazione territoriale sia il risultato di un progresso senza limiti e delle scelte di una società che ha perso il senso del vivere comune, aggiungendo poi che “ nell’attuale condizione, la ricerca di una propria identità passa necessariamente attraverso il senso di appartenenza a un territorio, alla possibile riconoscibilità di un paesaggio e alla necessità di cogliere nel tessuto antropizzato i segni di una memoria che ci appartiene”. I segni della memoria, tasselli necessari alla costruzione di un’appartenenza territoriale, sono presenti nel paesaggio stesso del Cantone e, in particolare, nella sua verticalità.  Essi permettono di percepire, per esempio:
“[…] la storia dell’addomesticamento dei corsi d’acqua e della bonifica delle valli, dei flussi di traffico e degli insediamenti, dei pascoli e delle radure boschive, ma anche la melodia mutevole del fruscio dell’acqua, del vento, delle nubi o il sottofondo dei rumori della civiltà generati da motori vicini e lontani, pneumatici bagnati e rotaie sibilanti. Tutto questo è speciale, ed è una conseguenza della particolare morfologia, della geologia, della vegetazione e del clima della Città Ticino.”[14]
Da quando il Diavolo, agli inizi del Duecento, non era riuscito e aveva rinunciato a distruggere il ponte che egli stesso aveva costruito per superare le gole della Reuss, la via del San Gottardo è diventata il “cardo massimo” del territorio ticinese. Dapprima, supera il colle a duemila metri di altitudine e attraversa un mondo contadino nel quale la verticalità è la risorsa principale. Cinque secoli dopo, la via – di ferro questa volta – entra ed esce dalla montagna a milleduecento metri di altitudine attirando lungo il suo percorso attività di natura industriale che vanno a poco a poco riempiendo i fondovalle; un secolo e mezzo circa più tardi, sempre più in basso (a trecento metri sul mare) questa stessa via sboccherà direttamente ai limiti di pianure fortemente e disordinatamente urbanizzate rafforzandone ancora, con il tempo, la loro densità. Tazio Bottinelli[15], nel 1980, aveva schizzato l’evoluzione della struttura territoriale del Ticino, mostrando come si era passati da un Cantone a piccoli compartimenti (i mercati contadini locali) ad un Cantone lineare, concentrato sul percorso della ferrovia, diffusosi poi a macchia d’olio e oltre confine a partire dai nuclei urbani sulla spinta della struttura autostradale. In fin dei conti, il cardo gottardiano sembra essere stato il motore spaziale del Ticino urbano, a lato del quale è sussistito un Ticino “rurale”: dapprima realtà storica, questa situazione è scivolata poi, progressivamente, man mano che l’industrializzazione e la terziarizzazione prendevano il sopravvento sul mondo rurale, nell’immaginario collettivo. L’Atlante Città Ticino è un segnale forte – un grido d’allarme, avremmo voglia di dire – affinché si prenda coscienza che la dicotomia urbano/rurale ha senso solo in quel disordine territoriale generato dalla speculazione fondiaria. Se si vuol uscire da questa logica dello spreco del territorio, si dovrebbe improntare lo sviluppo territoriale all’idea di città alpina, nella quale urbano e rurale si articolano l’un l’altro, non in opposizione, ma in maniera complementare. La società ticinese è una società urbana insediata in un territorio alpino: il progetto propugnato dall’Atlante Città Ticino contiene un progetto di città alpina perché i parametri alla base dello studio partono dalle caratteristiche di quel territorio. Non è espresso in modo esplicito, ma è un progetto nel quale si cerca di considerare simultaneamente l’antropo-logica e l’eco-logica di cui parla Claude Raffestin.
Tuttavia l’attuale clima politico (uno degli aspetti dell’antropo-logica), sia nel Cantone Ticino che nella Confederazione svizzera, non favorisce molto, per il momento, l’incontro tra la città e le Alpi.



Riferimenti bibliografici

Arnaboldi Michele (dir.), Sassi Enrico (coll.),
- 2012,  Atlante Città Ticino, Vol. 1: Comprensorio Fiume Ticino Nord, Mendrisio, Accademia di Architettura, Università della Svizzera Italiana, 221 p.
- 2013,  Atlante Città Ticino, Vol. 2: Comprensorio Fiume Ticino Sud, Mendrisio, Accademia di Architettura, Università della Svizzera Italiana, 219 p.
Bergier Jean-François, 1988, « Territorio, economia e società nella storia delle Alpi », in E. Martinengo, Le Alpi per l’Europa. Una proposta politica. Economia, territorio e società. Istituzioni, politica e società. Jaca Book, Milano, 631 p.
Bottinelli Tazio, 1980, “Traffici e processi di regionalizzazione nel Ticino moderno”, in Archivio Storico Ticinese (AST) No. 84, Bellinzona, Casagrande, pp. 535-542.
Ferrata Claudio, 2007, « Da Heidiland alla Metropoli svizzera, Immagini dalla Svizzera urbana », in Ambiente società territorio. Geografia nelle scuole, No. 1 gennaio/febbraio 2007.
Ferrata Claudio, 2015, “Verso la Città Ticino: trent’anni di sviluppo territoriale a sud delle Alpi”, in Archivio Storico Ticinese, Rivista di Cultura, Giugno 2015, Bellinzona, Casagrande, pp. 62-84.
Fourny Marie-Christine, 2001, "La ville alpine, utopie urbaine et projet politique" in Le Globe, Tome 141, Genève, Société de Géographie de Genève et Département de Géographie de l'Université de Genève, pp. 39-55.
Office Fédéral de la Statistique, 2014, L’espace à caractère urbain en Suisse en 2012, Une nouvelle définition des agglomérations et d’autres catégories d’espace urbain, Neuchâtel, in http://www.bfs.admin.ch/bfs/portal/fr/index/news/publikationen.html?publicationID=5785.
Raffestin Claude, 1989, « Les territorialités alpines ou les paradoxes du dialogue nature-culture », in Economie et Ecologie, dans le contexte de l’arc alpin, Bern, Sonderdruck Haupt, pp. 37-51.


Ginevra, ottobre 2015




[1] La pianificazione del territorio è di competenza prettamente cantonale, anche se la Confederazione è spesso chiamata a contribuire: per esempio sulla mobilità e, appunto, sulle agglomerazioni.
[2] l’intera Svizzera non è per così dire che una grande città divisa in tredici quartieri, alcuni sono nelle valli, altri lungo le colline, altri sulle montagne. Ci sono quartieri più o meno popolati, ma tutti lo sono sufficientemente per segnalare che ci si trova sempre in una città[2]. Parole di J-J. Rousseau nel 1763, due secoli e mezzo fa! in Claudio Ferrata, 2007, « Da Heidiland alla Metropoli svizzera, Immagini dalla Svizzera urbana », in Ambiente società territorio. Geografia nelle scuole, No. 1 gennaio/febbraio 2007. [I tredici quartieri erano, in realtà, i tredici cantoni che componevano la Confederazione elvetica all’epoca del Rousseau.]
[3] E, ancora oggi, il paesaggio non tradisce completamente questa visione.
[4] Che poi, se prendessimo in considerazione il fenomeno migratorio alpino – e Svizzero – non sarebbe difficile affermare che con le migrazioni stagionali di mestiere il contadino alpino era già diventato, agli albori dell’epoca moderna, un lavoratore urbano.
[5] Bergier Jean-François, « Territorio, economia e società nella storia delle Alpi », in E. Martinengo, Le Alpi per l’Europa. Una proposta politica. Economia, territorio e società. Istituzioni, politica e società. Jaca Book, Milano, 1988, p. 26.
[6] Vedi nostra relazione “Città alpine o città rurali? Il persistere di un’ambiguità nella pianificazione svizzera”, presentata alla conferenza di Aosta organizzato dall’AISRE (Associazione Italiana di Scienze Regionali) il 20-22 settembre 2010 dal titolo Identità, Qualità e Competitività territoriale, Sviluppo economico e coesione nei territori alpini.
[7] Office Fédéral de la Statistique, 2014, L’espace à caractère urbain en Suisse en 2012, Une nouvelle définition des agglomérations et d’autres catégories d’espace urbain, Neuchâtel, documento PDF scaricabile su http://www.bfs.admin.ch/bfs/portal/fr/index/news/publikationen.html?publicationID=5785.
[8] Poco più del sessanta percento dei comuni è considerato a carattere urbano e contiene un po’ più dell’ottanta percento della popolazione residente e degli impieghi (leggermente di più per questi ultimi).
[9] Fourny, Marie-Christine, 2001, "La ville alpine, utopie urbaine et projet politique" in Le Globe, Tome 141, Genève, Société de Géographie de Genève et Département de Géographie de l'Université de Genève, pp. 39-55.
[10] Raffestin Claude, 1989, « Les territorialités alpines ou les paradoxes du dialogue nature-culture », in Economie et Ecologie, dans le contexte de l’arc alpin, Bern, Sonderdruck Haupt, p. 40.
[11] Raffestin Claude, 1989, op. cit. p. 39.
[12] Vedi Ferrata Claudio, 2015, “Verso la Città Ticino: trent’anni di sviluppo territoriale a sud delle Alpi”, in Archivio Storico Ticinese, Rivista di Cultura, Giugno 2015, Bellinzona, Casagrande, pp. 62-84.
[13] Galfetti Aurelio, in Ferrata Claudio, 2015, op. cit, p. 78.
[14] Oswald Franz, 2012, “Città Ticino. Spazio, immagine, attori e cinque postulati urbanistici”, in Arnaboldi Michele (dir.), Sassi Enrico (coll.), 2012,  Atlante Città Ticino, Vol. 1: Comprensorio Fiume Ticino Nord, Mendrisio, Accademia di Architettura, Università della Svizzera Italiana, p. 18.  
[15] Bottinelli Tazio, 1980, “Traffici e processi di regionalizzazione nel Ticino moderno”, in Archivio Storico Ticinese (AST) No. 84, Bellinzona, Casagrande, pp. 535-542.